martedì 21 febbraio 2017

Recensione: Mi chiamo Lucy Barton di Elisabeth Strout

Buongiorno, amanti della lettura!
Oggi vi propongo la mia opinione su Mi chiamo Lucy Barton di Elisabeth Strout, autrice che scopro solo ora ma che è stata appagante.


Titolo: Mi chiamo Lucy Barton
Autore: Elisabeth Strout
Editore: Einaudi
Prezzo: €17.50
Data di uscita: 3 maggio 2016


Trama:
Da tre settimane costretta in ospedale per le complicazioni post-operatorie di una banale appendicite, proprio quando il senso di solitudine e isolamento si fanno insostenibili, una donna vede comparire al suo capezzale il viso tanto noto quanto inaspettato della madre, che non incontra da anni. Per arrivare da lei è partita dalla minuscola cittadina rurale di Amgash, nell'Illinois, e con il primo aereo della sua vita ha attraversato le mille miglia che la separano da New York. Alla donna basta sentire quel vezzeggiativo antico, "ciao, Bestiolina", perché ogni tensione le si sciolga in petto. Non vuole altro che continuare ad ascoltare quella voce, timida ma inderogabile, e chiede alla madre di raccontare, una storia, qualunque storia. E lei, impettita sulla sedia rigida, senza mai dormire né allontanarsi, per cinque giorni racconta: della spocchiosa Kathie Nicely e della sfortunata cugina Harriet, della bella Mississippi Mary, povera come un sorcio in sagrestia. Un flusso di parole che placa e incanta, come una fiaba per bambini, come un pettegolezzo fra amiche. La donna è adulta ormai, ha un marito e due figlie sue. Ma fra quelle lenzuola, accudita da un medico dolente e gentile, accarezzata dalla voce della madre, può tornare a osservare il suo passato dalla prospettiva protetta di un letto d'ospedale. Lì la parola rassicura perché avvolge e nasconde. Ma è nel silenzio, nel fiume gelido del non detto, che scorre l'altra storia.


Recensione:
Sembrava una scrittura piatta e asciutta, quella della Strout. Il suo ultimo libro, Mi chiamo Lucy Barton, era attesissimo tra gli affezionati dell'autrice e mentre partiva l'entusiasmo di alcuni, altri si dicevano delusi ma erano pronti a perdonarla. Poi c'ero io che non conoscevo la Strout, né sapevo che alla parete di casa sua fosse appeso il certificato datole dopo aver vinto il Premio Pulitzer nel 2009 con Olive Kitterdige. Ma mi hanno sempre detto che sono molto curiosa, e che la curiosità uccise il gatto ma la soddisfazione lo riportò in vita. Quale miglior soddisfazione, quindi, ho avuto quando ho voltato l'ultima pagina di Mi chiamo Lucy Barton, che nella sua semplicità e linearità riesce a descriverci del legame più vecchio del mondo che unisce madre e figlia. Un rapporto travagliato reduce da un passato colmo di povertà e miseria, di violenza e di umiliazione.

Eppure conosco anche troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto. Ce lo teniamo stretto, invece, e lo difendiamo da ogni assalto del cuore: questo è mio, è mio, è mio.

Vediamo una madre di poche parole al capezzale della figlia, e c'è un motivo se i personaggi poco loquaci sono i miei preferiti, perché talvolta le parole sono mine antiuomo, mine antiemozioni: basta un poco che detonare i ricordi, i rimpianti e, soprattutto le colpe. E Lucy di colpe da rinfacciare alla madre ne ha tantissime, di dita da puntare contro colei che aveva il potere di proteggerla ma che ha preferito darle di schiena. Eppure le parole non ci sono, i silenzi tra madre e figlia si colmano con una New York fredda e di pettegolezzi su donne lasciate dal marito, mariti abbandonati dalle moglii: nessun riferimento alla loro di vita, a quella che intanto Lucy ha costruito lontano da casa dicendo addio ai legami famigliari.
Si tratta di silenzi che fanno far pace tra le due donne, che sanno di amore quotidiano nei suoi piccoli ed ordinari gesti. Si tratta di silenzi che sanno di irrisolto e di inconcluso, e di questo si vuole ammonire l'autrice ma si sa anche che è proprio quel che rimane in sospeso ad avere fascino e a rendere il breve romanzo in Mi chiamo Lucy Barton, perché io non lo immagino in nessun altro modo, non riesco a scrivere mentalmente un epilogo diverso, perché delle volte i rapporti sono così: inconclusi, senza punto. Si tratta di silenzi che parlano.

Forse era il buio appena rotto dalla crepa pallida di luce che filtrava dalla porta, forse la costellazione del formidabile grattacielo Chrysler davanti a noi, a permetterci di parlare come non avevamo mai fatto. 

Sembrava una scrittura piatta e asciutta, dicevo, ma alla fine si è rilevata caratterizzata da una profondità mascherata da superficialità, da semplicità nascosta sotto alla complessità di una trama che avrebbe potuto essere caricata di paroloni o di emozioni potenti, ma che alla fine è bella proprio perché lieve e quieta.

La vita mi lascia sempre senza fiato

4 commenti:

  1. Ciao!
    L'ho comprato qualche giorno fa, e non vedo l'ora di leggerlo. :)

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    1. Davvero una bellissima lettura e spero ti emozioni ^^

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  2. Concordo con tutto quello che hai scritto! Bellissima recensione per un bellissimo libro. Un bacio.

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    1. Sono molto felice che sia piaciuto anche a te, Roby ^^

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